giovedì 26 giugno 2008

UFFICI STAMPA. INTERVISTA DI ANTONIO VISTA A GIOVANNI ROSSI SEGRETARIO GENERALE AGGIUNTO DELLA F.N.S.I..


Pubblichiamo l'articolo del carissimo amico Antonio Vista pubblicato su "Guida agli Enti Locali" giugno 2008 de "Il Sole 24 ore" in cui il Segretario generale aggiunto della FNSI e Responsabile del Dipartimento uffici Stampa, Giovanni Rossi, fa il punto sulle trattative per regolare con il Ccnl dei giornalisti il lavoro degli addetti stampa nella Pubblica amministrazione.

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La Pubblica amministrazione italiana ha spesso “brillato” per improduttività e inefficienza. Ma la burocrazia ha subìto negli ultimi vent’anni una profonda trasformazione che ha inevitabilmente influito anche sul modo di realizzarsi della funzione pubblica di comunicazione.
Il fatto più rilevante è stato l’approvazione della legge n. 150 del 7 giugno 2000 che istituisce la cosiddetta figura del “comunicatore pubblico”, quella del “portavoce” e riconosce pari dignità ai giornalisti che lavorano negli uffici stampa, rispetto ai colleghi della carta stampata attraverso l’istituzione di tre strutture: il portavoce, l’Ufficio stampa e l’Ufficio per le relazioni con il pubblico.
La legge riserva alla contrattazione collettiva un ruolo molto importante per la definizione di uno specifico profilo professionale, all’interno di una precipua area di contrattazione, cui dovranno partecipare le organizzazioni sindacali dei giornalisti. Quest’aspetto appare attualmente abbastanza lontano dalla sua realizzazione.
È forte, infatti, l’opposizione delle organizzazioni sindacali confederali che non vogliono che alle trattative per la definizione del contratto giornalistico del personale degli uffici stampa partecipino anche le organizzazioni sindacali dei giornalisti.
Tale posizione appare abbastanza incomprensibile perché le organizzazioni sindacali sembra preferiscano tutelare i loro interessi, timorosi di una perdita di rappresentanza, piuttosto che preoccuparsi delle aspettative di una categoria di lavoratori che da anni è in attesa della definizione di un giusto riconoscimento anche economico.
Di questo e di altro parliamo con Giovanni Rossi, segretario generale aggiunto e responsabile del Dipartimento Uffici stampa della Federazione nazionale della Stampa.
Il segretario della Fnsi, Franco Siddi, ha recentemente affermato che il lavoro sui contratti è il cuore dell’iniziativa del sindacato in questi mesi. Per la vertenza relativa agli Uffici stampa nella Pubblica amministrazione a che punto siamo?
Siamo in attesa che Fp-Cgil, Fps-Cisl e UilPa, cioè i sindacati confederali del pubblico impiego, ci rispondano nel merito relativamente alla nostra ipotesi di profilo professionale dei giornalisti addetti stampa pubblici, che la legge 150 del 2000 rimanda alla contrattazione tra “sindacati più rappresentativi dei giornalisti” e l’Agenzia per la negoziazione contrattuale nel pubblico impiego, cioè l’Aran. Come è noto l’Aran chiede che la Federazione nazionale della stampa italiana raggiunga un’intesa con i confederali per riprendere un confronto che, in realtà non c’è mai stato, in quanto si è ridotto - anni fa - alla pura e semplice illustrazione al Presidente dell’Aran (che oggi non è più lo stesso) delle nostre idee in proposito. Con i confederali va definita anche la composizione della delegazione trattante. Anche in questo caso la posizione dei confederali è nota: sono contrari a una presenza autonoma dei giornalisti al tavolo della trattativa, malgrado la 150 la preveda e una sentenza della Magistratura del lavoro l’abbia ribadito. È questione delicata sulla quale bisognerà discutere per trovare una soluzione.
Quali sono le criticità che hanno impedito in tutti questi anni la definizione di un accordo per il contratto dei giornalisti impegnati negli uffici stampa?
Essenzialmente quello che ho risposto alla domanda precedente. I sindacati confederali di categoria più che le Confederazioni generali, almeno fino a oggi, si sono dichiarati indisponibili per questa trattativa e, finora, l’Aran ci ha posto la condizione di raggiungere un’intesa con loro per trattare tutti assieme. La Fnsi è disponibilissima a esaminare con sollecitudine i termini di una possibile intesa. Tale sollecitudine non mi pare si sia manifestata allo stesso modo da parte dei nostri interlocutori.
Non pensa che ci sia stata una sottovalutazione delle possibilità occupazionali da parte della Fnsi, ma anche dei vertici dell’Ordine nazionale dei giornalisti?
Il sindacato ha molti difetti e senz’altro non è esente da errori, ma non mi pare si possa dire questo. Sull’applicazione della 150 è stato alzato un muro: mentre i sindacati autonomi si sono, quasi tutti e quasi da subito, dichiarati disponibili a lavorare con noi, gli amici dei sindacati confederali hanno contestato la validità stessa della legge allorché ha previsto la nostra titolarità a trattare con l’Aran, ovviamente solo per questa specifica area professionale. Devo anche chiarire, a scanso di interpretazioni demagogiche, che la Fnsi non si è battuta per l’approvazione della legge anche in un testo non pienamente soddisfacente con l’obiettivo di riversare i tanti giornalisti disoccupati nella Pubblica amministrazione (magari fosse possibile), ma, in primo luogo, per far riconoscere il ruolo giornalistico ai tanti colleghi di fatto che già operavano da giornalisti nella Pa. Non mi pare neppure che l’Ordine sia stato insensibile, almeno a livello nazionale, quando ha stabilito, nella fase iniziale di entrata in vigore della legge, di criteri di accesso all’Ordine stesso che tenessero conto della nuova situazione. Che, poi, a livello regionale si siano manifestate sensibilità diverse rispetto al tema Uffici stampa è la conseguenza della particolare struttura federale dei nostri organismi di categoria.
L’autonomia degli Uffici stampa dal potere politico rappresenta, sulla carta, una delle maggiori conquiste della legge 150. Ritiene che questa autonomia si possa concretizzare anche nelle piccole Amministrazioni?
Uso la stessa sua espressione: “sulla carta” certamente sì. È evidente che perché questa autonomia sia praticabile sarebbe necessario poter seguire lo schema previsto dalla legge che schematizzando è il seguente: i giornalisti negli Uffici stampa con il compito di fornire una prestazione professionale che prescinde dal colore politico di chi governa in quel momento; il portavoce la cui “professionalità”, se così si può dire, sta nel particolare rapporto fiduciario con il vertice dell’Amministrazione; gli Urp, gli Uffici di comunicazione o come diavolo li si vuole chiamare affidati a professionalità formate nel campo della comunicazione istituzionale che è cosa diversa dal giornalismo e dall’informazione.
Non solo nelle piccole amministrazioni, ma anche in non poche grandi si è dato vita a “Uffici marmellata” dove tutti i ruoli sono confusi, spesso sovrapposti, con il solo risultato di fare un cattivo servizio a tutti, di fare tanti discorsi usando quante più parole inglesi sia possibile al fine di dimostrare di sapere le più moderne teorie nel settore, spendendo soldi senza costrutto.
C’è chi ritiene che sia necessaria un’evoluzione degli uffici stampa della Pa con una sovrapposizione del ruolo del giornalista con quello del comunicatore. Condivide questa teoria?
Per nulla. L’unico risultato di un simile modo di procedere è quello di scambiare l’informazione con la comunicazione, il rapporto di trasparenza e di servizio nei confronti degli organi di stampa con l’azione di pressione e di condizionamento con buona pace per i cittadini. Vedo che anche Toni Muzi Falcone torna alla carica con queste teorie e propone, alla nuova maggioranza ed al nuovo governo, di cambiare o superare la legge 150. Se si scegliesse questa strada spererei un ritorno alla originale impostazione del tema che diede l’onorevole Franco Frattini che proponeva un testo a mio avviso più avanzato di quello che, poi, fu approvato dal Parlamento.
Per quanto riguarda gli incarichi professionali (co.co.co.) ci sono state molte preoccupazioni tra i colleghi giornalisti occupati presso Uffici pubblici sui rinnovi degli incarichi per la non “comprovata esperienza universitaria” e la necessità del possesso della laurea. Si può parlare di emergenza superata?
Ritengo di sì. La comprovata esperienza universitaria è una norma introdotta dalla ultima legge finanziaria anche all’evidente scopo di ridurre il larghissimo ricorso a rapporti di lavoro precario invalso anche nella Pubblica amministrazione come in tutta la società italiana. Una successiva circolare ha chiarito che per gli addetti stampa valgono i precedenti criteri, vale a dire l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti, non importa se in qualità di professionista o di pubblicista. E per essere iscritti al nostro Ordine al momento non è richiesta la laurea anche se il percorso di alta formazione per l’accesso alla professione giornalistica è una nostra richiesta, avanzata da tempo, ma finora disattesa dal legislatore. Ricordo che la legge 150 prevede la laurea per coloro a cui viene attribuita la qualifica di capo Ufficio stampa rendendola obbligatoria solo in questo caso.


di Antonio Vista

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